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“Prima di parlare bisogna pensarci”: i bambini delle quarte raccontano il progetto Abracadabra

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Certe parole ci restano dentro molto più di quanto pensiamo. Basta un momento, una frase detta senza pensarci, e il ricordo rimane lì, nitido, anche dopo mesi o anni. Perché le parole hanno un peso: possono costruire, ma anche distruggere. Da questa importante verità è nato tra anni fa Abracadabra, il progetto rivolto alle classi quarte della primaria per riflettere sul potere delle parole e sulla responsabilità che accompagna il loro uso. Attraverso giochi, esperimenti e attività pratiche, i bambini hanno lavorato sul linguaggio, imparando che parlare non significa soltanto comunicare, ma anche creare relazioni, emozioni e conseguenze. «È un progetto molto bello che ci tocca nel cuore», racconta Leonel. «Ci fa capire come parlare in modo gentile, con parole belle».

La creazione del mondo parte dalle parole

Il percorso prende avvio dal primo capitolo di Bereshit. «Si parte dall’osservazione del testo in cui compare più volte l’espressione “E il Signore disse…”. Ogni volta che Hashem parla, qualcosa viene creato. I bambini comprendono così che le parole sono strumenti di creazione e hanno un potere reale» racconta la coordinatrice della primaria Diana Segre. Durante il primo incontro, le classi hanno lavorato sul testo in ebraico, cercando due parole chiave che ricorrono nel racconto della creazione: vayomer (disse) e barah (creò). «Abbiamo cercato tutti i vayomer nella prima parashà», racconta Ari. «E abbiamo capito che Dio ha creato il mondo con le parole». Da qui nasce il messaggio centrale del progetto: anche le parole delle persone possono costruire oppure distruggere. Il nome del progetto richiama proprio questa idea: Abracadabra deriva infatti dall’espressione aramaica avrah kadabra, cioè “sarà creato ciò che viene detto”. «La cosa veramente magica», osserva Segre, «è quando il testo di Bereshit viene proiettato sulla Lim in ebraico e i bambini leggono e riconoscono da soli quelle parole».

Verba volant o manent?

Uno dei momenti più significativi del percorso riguarda il famoso detto latino verba volant, scripta manent. La morà Elinor, che ha ideato e condotto il progetto, spiega il detto e chiede ai bambini di riflettere se è vero che le parole dette svaniscono facilmente. Per farlo, ha proposto un’attività semplice: ciascun bambino ha scritto su un foglietto il momento in cui era stato ferito dalle parole di qualcuno. Non cosa fosse stato detto, che non è stato rivelato, ma quando. «I bambini ricordano sempre perfettamente il momento: l’anno scorso, mesi fa, durante l’estate una settimana fa. Questo fa capire loro che le parole non volano via affatto» spiega Segre. L’idea ha colpito molto anche la classe. «Secondo me è vero», dice Ester. «Perché magari una persona dice una cosa brutta e tu te la ricordi per tantissimo tempo».

Le bolle di sapone che non tornano indietro

Tra le attività più amate dai bambini c’è stata quella delle bolle di sapone. Un gioco, ma anche un esperimento simbolico sul peso delle parole. «Abbiamo soffiato le bolle», racconta Athena, «e poi la morà ci ha chiesto di rimetterle dentro. Non si può fare. Anche con le parole succede così: puoi dire che le ritiri, ma ormai sono uscite». L’immagine ha colpito i bambini. «Mi è piaciuta tantissimo quell’attività», interviene Leonel. «La stanza era piena di bolle ed era bello giocarci, però abbiamo capito che le parole non tornano più indietro».

Le tre domande da farsi prima di parlare

Il progetto si è poi concentrato su un altro aspetto: come scegliere cosa dire e cosa no. Da qui nasce il lavoro sui “tre setacci”, ispirati al pensiero di Socrate. «Prima di parlare bisogna capire tre cose», spiega Ester. «Se quello che diciamo è vero, se è utile e se viene detto in modo gentile». I bambini hanno ragionato insieme su situazioni reali, discutendo quale fosse il modo migliore di comportarsi. Per esempio: dire a qualcuno che ha una macchia sulla maglietta è sempre giusto? «Dipende», osserva Athena. «Se è a una festa e non può fare niente, magari glielo dici anche gentilmente, ma poi ci pensa tutta la sera e si rovina la festa». Ari propone invece un altro punto di vista: «Se però la festa è a casa sua, allora è utile dirglielo perché può cambiarsi». Le discussioni in classe hanno aiutato i bambini a capire che non basta dire la verità: conta anche il modo e il momento in cui la si dice. «Se una cosa è vera ma non è detta gentilmente», riflette Lea, «la persona magari si arrabbia e non ti ascolta neanche. E poi se non è gentile non ha neanche molto senso dirla».

Le penne delle parole belle

Alla fine del percorso ogni bambino ha realizzato una “bacchetta magica delle parole”: una penna trasparente dentro cui sono stati inseriti bigliettini con parole positive e gentili, così quella penna scriverà sempre solo cose belle. Ciascuno ha anche creato un proprio quadernino personale, nelle cui pagine si alternano parole, disegni e attività, tracce di un percorso che ha insegnato ai bambini quanto il linguaggio possa lasciare il segno. «La cosa che mi rimane di più», dice Lea, «è che prima di parlare bisogna fermarsi a pensare». E Ari conclude con una riflessione nata proprio durante il progetto: «Non sempre le persone ci pensano davvero. Però forse dovremmo farlo più spesso».

Claralinda Miano

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Alberto Jona Falco

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