
“Vai a studiare”, “spegni il telefono”, “finisci i compiti”. Sempre più spesso la risposta è “non mi va”, “lasciami in pace”. È una scena che molti genitori conoscono, un diverbio classico che però, negli ultimi anni, ha cambiato intensità e frequenza, fino a diventare il segnale di un conflitto più profondo, di una difficoltà diffusa nel trovare un linguaggio comune fra adulti e ragazzi. Non è solo un problema disciplinare, ma un modello educativo che sembra non funzionare più con bambini e adolescenti di oggi. È su questo terreno che la Scuola ha scelto di intervenire, attivando il progetto E se i figli non van bene? Cosa fare quando i figli rifiutano le regole, affidato allo psicologo Aldo Strisciullo. Un percorso rivolto ai genitori e pensato per aiutarli a rielaborare il rapporto con i figli. Tuttora in corso, è partito nelle scorse settimane con incontri per i genitori delle medie e si è esteso anche ai genitori di quarta e quinta primaria su loro richiesta.
Un rapporto incrinato
A spiegare come è nato il progetto è il coordinatore delle medie Daniele Cohenca che ne è il referente. «Ci siamo resi conto che, al di là dei singoli, ma numerosi, episodi disciplinari, c’era un problema relazionale più grande. Il rapporto tra scuola, studenti e famiglie si è incrinato e la Scuola ha scelto di affrontare il problema alla radice, non limitandosi a richiami o provvedimenti disciplinari. Avevamo però bisogno di un facilitatore esterno, e quando l’assessore alla Scuole Dalia Gubbay ha individuato il dottor Strisciullo abbiamo capito che era la persona giusta».
Ripensare la relazione genitore-figlio
Aldo Strisciullo, psicologo ed esperto di consulenza familiare e scolastica, ha insegnato nella scuola pubblica italiana e francese. Conduce supervisioni per docenti, incontri per genitori e progetti dedicati al benessere scolastico. Il suo approccio si fonda sul costruzionismo sociale, corrente psicologica secondo cui identità, comportamenti e significati si costruiscono nelle relazioni e nel linguaggio. Per Strisciullo il punto centrale è comprendere che i ragazzi di oggi crescono in una realtà molto diversa da quella dei loro genitori. «Noi adulti continuiamo a utilizzare strumenti educativi basati su un modello gerarchico: io sono il genitore, io sono l’insegnante, quindi tu devi fare quello che dico io» spiega. «Ma i ragazzi di oggi non leggono più automaticamente l’autorità come accadeva fino a vent’anni fa. Vivono in una società dove fin da piccoli sentono di dover partecipare alle scelte, di avere diritto a dire la loro, di dover costruire autonomamente la propria identità».
La società è cambiata, devono cambiare le modalità educative
Secondo lo psicologo, il problema non nasce da una presunta cattiva educazione dei figli o dall’incapacità dei genitori. «Una delle prime cose che dico alle famiglie è: tranquillizzatevi, non siete genitori incapaci. State usando modalità educative che funzionavano in un’altra epoca ma che oggi non sono più efficaci perché la società è cambiata a una velocità impressionante». L’iperconnessione, la continua esposizione a modelli diversi, la frammentazione dei valori e delle identità rendono più difficile per bambini e adolescenti orientarsi. «Un ragazzo oggi cresce in un mondo in cui sente dire contemporaneamente dieci cose diverse. I valori che ascolta in famiglia vengono subito contraddetti fuori casa, online, nel gruppo dei pari, nei social. Questo crea un’enorme incertezza. E dentro quell’incertezza il ragazzo cerca di capire chi è» afferma Strisciullo. Peraltro, sottolinea Cohenca, l’età media in cui i figli cominciano a entrare in conflitto con i genitori si è molto abbassata: «I ragazzi cominciano a opporsi ai genitori a dieci, dodici anni, anche prima. Le mamme di terza elementare già litigano con i figli per far loro spegnere il telefono».
Il perché dei comportamenti oppositivi
È nell’incertezza, secondo Strisciullo, che nascono i comportamenti oppositivi. «Se leggiamo ogni risposta aggressiva o rifiuto solo come disobbedienza, perdiamo il significato profondo di quello che sta succedendo. Dietro c’è spesso un bisogno identitario, una richiesta di riconoscimento». Lo psicologo porta esempi concreti. «L’insegnante spiega e un ragazzo guarda fuori dalla finestra, gioca con la penna, mangia durante la lezione. La risposta tradizionale è: “Dove hai la testa? Stai attento”. Ma il ragazzo, inconsapevolmente, sta anche dicendo: “Io esisto, anch’io ho uno spazio”. Se l’adulto legge quel comportamento solo come una sfida, entrerà inevitabilmente in conflitto». Questo non significa rinunciare alle regole o accettare tutto. «Molti pensano che comprendere voglia dire essere permissivi. Non è così. Non dico ai genitori di lasciare che i figli facciano quello che vogliono. Dico una cosa diversa: provate a comunicare in un modo che faccia sentire il ragazzo visto, riconosciuto, rispettato. Solo dopo si può chiedere davvero qualcosa». L’idea è che quando un ragazzo percepisce comando e imposizione, reagisce difendendo la propria autonomia. Quando invece sente che il genitore o il docente cercano di capire il suo punto di vista, allora abbassa la difesa e può tornare ad ascoltare.
Il lavoro sulla realtà di tutti i giorni
Il primo incontro con Strisciullo è stato rivolto ai genitori delle terze medie, dove le difficoltà relazionali erano diventate più evidenti. «È stato molto apprezzato perché lo psicologo non ha colpevolizzato, non ha giudicato, non è entrato a gamba tesa» racconta Cohenca. «Ha lavorato in modo equilibrato, mostrando ai genitori che certe dinamiche non sono casi isolati, e nemmeno legate alla nostra scuola, ma situazioni generazionali». Una parte importante del successo sta nella concretezza degli esempi. «Le mamme si riconoscono immediatamente nelle situazioni che propone. Sentono frasi identiche a quelle che ascoltano a casa. Dicono: “È vero, mio figlio mi parla proprio così”. Non si parla in astratto. Si lavora sulla realtà quotidiana».
Una terza via fra autoritarismo e permissivismo
Uno dei nodi affrontati negli incontri riguarda la difficoltà, per molti genitori, di trovare un equilibrio tra rigidità e assenza di limiti. «Entrambi gli approcci rischiano di essere inefficaci. La questione non è eliminare i limiti, ma costruire limiti che abbiano un significato relazionale» dice Strisciullo. Per spiegare il concetto, lo psicologo usa esempi paradossali, che durante gli incontri suscitano sorpresa nei genitori. Uno riguarda il fumo. «Una madre trova le sigarette nella cartella della figlia tredicenne. La reazione classica è: “Buttale via! Non devi assolutamente fumare”. Ma così il gesto diventa una trasgressione identitaria: fumare significa diventare autonoma, sfidare l’adulto. Io propongo invece di spezzare il meccanismo. Dire, per esempio: “Ho visto che fumi. Dimmi quale marca preferisci, te le compro io”». L’obiettivo ovviamente non è autorizzare il comportamento, chiarisce subito Strisciullo. «Il punto è togliere forza alla trasgressione. Se l’adulto non si spaventa, non crea il divieto come simbolo di potere, spesso il comportamento perde fascino. E soprattutto il dialogo resta aperto». È una tecnica che si basa sul paradosso: quando il ragazzo capisce che fumando non sfida il genitore, spesso smette di sentirne il bisogno. E anche se il comportamento continua, almeno il rapporto resta vivo e il genitore mantiene un certo controllo».
Il laboratorio con le simulazioni
Dopo i primi incontri frontali con i genitori di tutte le classi delle medie, il percorso entra ora nella fase laboratoriale. «Nel laboratorio lo psicologo lavora sulle simulazioni», spiega Cohenca. «Si prendono situazioni concrete e si prova a vedere come affrontarle». I genitori vengono coinvolti in role play e attività di gruppo. Si parte da frasi quotidiane: “Non voglio fare i compiti”, “Non me ne importa niente”. E si lavora insieme su come cambiare la risposta dell’adulto. Strisciullo insiste sull’importanza di “digerire” le tecniche prima di applicarle. «Non sono formule magiche. Bisogna comprendere il senso dell’intervento, altrimenti rischia di sembrare solo una provocazione o una concessione gratuita». Durante gli incontri i genitori condividono anche i tentativi fatti a casa tra un appuntamento e l’altro. «Molti raccontano di aver già provato piccoli cambiamenti nel modo di parlare ai figli e di aver visto reazioni diverse. Questo è importante perché significa che iniziano a vedere il comportamento non più come un muro contro cui sbattere, ma come qualcosa che può essere rinegoziato».
L’impegno della Scuola
Per la Scuola il progetto rappresenta anche un’assunzione di responsabilità rispetto alle difficoltà che oggi attraversano il mondo educativo. «Non è tutto perfetto, nemmeno la nostra Scuola lo è», dice Cohenca. «Il lavoro da fare è enorme. Però vogliamo che passi il messaggio che ci stiamo lavorando davvero. Questo progetto è un work in progress continuo e coinvolge tutti». La partecipazione dei genitori è stata significativa, sia alle medie che alla primaria. «Molti genitori sentono il bisogno di essere aiutati», osserva il coordinatore. «E noi vogliamo dare loro strumenti concreti, senza giudicare nessuno».
Studiare bene senza averne voglia
L’anno prossimo il progetto entrerà in una nuova fase, con un percorso di raccordo dedicato agli insegnanti. «Se chiediamo ai genitori di usare certe modalità relazionali», spiega Cohenca, «le devono conoscere anche i docenti affinché l’approccio sia coerente fra casa e scuola». Il progetto prevede anche un futuro sportello individuale rivolto agli studenti, dal titolo volutamente provocatorio: Studiare bene senza averne voglia. «Di solito diciamo agli studenti: devi motivarti, devi cambiare atteggiamento. Ma così il ragazzo si chiude» ragiona Strisciullo. «Qui invece partiamo dal suo punto di vista: puoi anche non avere voglia di studiare, ma possiamo capire insieme come riuscire comunque a farlo». Uno sportello psicologico non tradizionale, dunque. «Non chiediamo allo studente di raccontare i suoi problemi. Gli proponiamo un percorso pratico che lo aiuti a leggere le proprie difficoltà e a capire meglio se stesso». Attraverso il dialogo e alcune tecniche specifiche, il ragazzo viene accompagnato a osservare i meccanismi che lo bloccano. Il paradosso diventa uno strumento educativo. «Se io dico a un ragazzo “devi avere voglia di studiare”, lui sente subito la pressione. Se invece gli dico “puoi riuscire a studiare anche senza averne voglia”, si apre uno spazio di curiosità. È lì che il dialogo può cominciare».