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Corso di Krav Maga, la migliore autodifesa è riconoscere il pericolo per tempo

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Riconoscere una situazione di rischio, evitarla quando possibile e sapere cosa fare se non resta alternativa. È da questa idea che ha preso avvio il corso di Krav Maga proposto nel mese di marzo agli studenti di prime, seconde e terze superiori nell’ambito delle attività di educazione fisica. Un percorso di quattro lezioni guidato dall’istruttore Daniel Zelnick, che da oltre vent’anni insegna questa disciplina, pensato per offrire ai ragazzi strumenti di consapevolezza per gestire le situazioni difficili. Un lavoro su attenzione, autocontrollo e capacità di reagire che si inserisce nel più ampio impegno della Scuola sul tema della sicurezza dei ragazzi, affrontato anche nell’incontro sulla prevenzione della violenza giovanile nelle strade.

Uscire dalle situazioni di pericolo

Nel raccontare il senso del lavoro svolto con gli studenti, Zelnick chiarisce subito il punto centrale: il Krav Maga non nasce per combattere, ma per uscire da una situazione di pericolo. «Krav Maga è una tecnica di difesa e lo scontro arriva a esaurimento di altre opzioni. Insegno ai ragazzi a risolvere i problemi, non ad andarseli a cercare. Poi, se la situazione diventa davvero grave e tutto il resto non ha funzionato, allora bisogna avere gli strumenti per uscire dal problema». Obiettivo delle lezioni è lasciare agli studenti alcuni principi fondamentali che possano restare nel tempo, anche dopo la breve esperienza del corso. «Ciò che mi interessa, al di là di alcune mosse difensive che insegno, è che rimangano loro dei concetti. Per esempio la distanza: capire che esiste uno spazio personale e che se uno sconosciuto in contesto di rischio si avvicina troppo occorre saperlo riconoscere e spostarsi. Oppure non farsi sorprendere. La dinamica della difesa nasce sempre dall’osservazione».

Osservare, riconoscere, agire

Uno dei messaggi più sottolineati durante le lezioni riguarda proprio l’attenzione all’ambiente. La difesa, spiega l’istruttore, non comincia nel momento dello scontro ma molto prima. «Il processo è semplice: prima osservazione, poi identificazione e infine azione. Sto camminando e guardo cosa succede intorno a me. Identifico qualcosa che non mi convince. Solo a quel punto scelgo cosa fare: cambiare strada, allontanarmi, chiedere aiuto. Se salto i primi due passaggi mi trovo direttamente dentro al problema ed è molto più difficile uscirne». Una forma di vigilanza che non deve trasformarsi in paura costante, ma in buon senso. «Vigilanza non significa vivere nella paranoia. Vuol dire essere consapevoli dell’ambiente. Se sono in pieno centro a Milano nel pomeriggio la probabilità che succeda qualcosa è molto bassa. Se esco di sera e vedo da lontano qualcosa che non mi convince, allora posso cambiare strada. È semplicemente consapevolezza».

I quattro pilastri dell’allenamento

Durante il corso Zelnick introduce gli studenti ai quattro elementi che compongono il metodo del Krav Maga: preparazione fisica, tecnica, lavoro mentale e tattica. «Il primo elemento è fisico. Allenarsi significa avere un corpo che risponde: se devo scappare o affrontare qualcuno devo avere la possibilità di farlo. Ma c’è anche un aspetto psicologico, perché quando si sta bene fisicamente ci si sente più sicuri». A questo si aggiunge una componente tecnica minima di autodifesa, pensata per funzionare anche sotto stress. «La tecnica deve essere legata all’istinto. Quando siamo sotto stress difficilmente riusciamo a pensare. La prima reazione è istintiva, quindi la tecnica deve partire da lì per avere qualche possibilità di funzionare». La terza dimensione riguarda il lavoro “mentale” sulla capacità di reagire agli ostacoli. «In una situazione di pericolo bisogna avere un obiettivo – che sia scappare, sfuggire a qualcuno che ci trattiene, trovare l’uscita se c’è un incendio, fermare una persona che sta picchiando qualcuno – e capire come superare gli ostacoli per raggiungerlo». Infine c’è la componente tattica, che per il Krav Maga rappresenta la vera differenza rispetto ad altre discipline. «La tattica è l’elemento più importante. Difendersi da una minaccia per strada significa sapere osservare l’ambiente circostante e decidere cosa è meglio fare. Il nostro fine non è lo scontro, è risolvere il problema».

La strategia della de-escalation

Gran parte delle situazioni di tensione, sottolinea l’istruttore, nasce da dinamiche banali e spesso dall’orgoglio. Per questo uno dei punti su cui insiste con i ragazzi è la capacità di abbassare il livello dello scontro. «Se qualcuno mi provoca per strada e mi dice “perché mi guardi?”, posso rispondere “scusa, non ti stavo guardando, stavo andando dai miei amici”. Non significa umiliarsi. Significa evitare un conflitto inutile. Molte volte tutto nasce dall’ego, dal bisogno di dimostrare qualcosa agli altri». La de-escalation diventa quindi una vera strategia di difesa. «Nel 70-80% delle situazioni con la tattica e con la de-escalation si può risolvere il problema. Solo se tutto questo non funziona bisogna essere pronti a reagire».

Quando reagire diventa necessario

Se la prevenzione non basta e il confronto diventa inevitabile, il sistema punta su alcuni principi chiave: rapidità, sorpresa e utilizzo dell’ambiente. «Non è una gara a chi ha la tecnica migliore. Chi aggredisce non si aspetta una reazione e questo è già un vantaggio. Bisogna frapporre fra sé e l’aggressore ciò che si ha intorno: una sedia, un oggetto, qualunque cosa. In ultima istanza si colpiscono i punti sensibili». Zelnick, agli studenti che si allenano in palestra, insegna a sfuggire a una presa, a divincolarsi se si viene sollevati di peso, a parare i colpi, a rialzarsi se vengono atterrati. Un approccio pragmatico che tiene conto delle situazioni reali.

Rafforzare sicurezza e autostima

Il lavoro mira alla costruzione della fiducia in se stessi per rendere i ragazzi meno vulnerabili. «Insegno anche a colpire, ma non perché lo facciano. Quando una persona sa di avere un colpo che funziona cambia atteggiamento, si sente più sicura. E quando l’altro percepisce sicurezza spesso lascia stare». Secondo l’istruttore, questo è uno degli elementi più efficaci nella prevenzione. «La preda viene scelta spesso tra chi appare più debole. Rafforzare i ragazzi serve a questo: a migliorare la loro autostima affinché trasmettano sicurezza di sé».

Claralinda Miano

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Alberto Jona Falco

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