
«Abbiamo scelto di organizzare questa cerimonia perché sentiamo il forte valore di questa giornata e, soprattutto, la responsabilità di viverla in modo consapevole e significativo per tutti noi». Sono le parole di una studentessa ad aprire la commemorazione di Yom Hashoah a Scuola: una mattinata organizzata e condotta dagli studenti delle quinte, che esprimono grande impegno in un tempo in cui le voci dirette dei sopravvissuti si fanno sempre più rare. «Il compito di ricordare passa a noi attraverso le nostre parole, le nostre azioni e la nostra capacità di dare continuità alla memoria», prosegue la studentessa introducendo il minuto di silenzio accompagnato dalla sirena in ricordo dei sei milioni di ebrei uccisi nella Shoah e di chi scelse eroicamente di ribellarsi. I ragazzi di quinta, che lo scorso anno hanno partecipato al viaggio ad Auschwitz organizzato dalla Scuola, raccolgono il testimone diventando protagonisti attivi della memoria nell’Aula Magna affollata di studenti, insegnanti e genitori.
Le sfide del pensiero critico e del linguaggio
A sottolineare il valore di questo protagonismo è il preside Marco Camerini, che evidenzia due grandi sfide che i ragazzi, e tutti noi, dobbiamo affrontare: il pensiero critico e il linguaggio. «Dobbiamo coltivare e valorizzare la capacità di pensiero critico. Ne abbiamo sempre più bisogno in un’epoca in cui gli strumenti che la tecnologia mette a disposizione, fra tutti l’intelligenza artificiale, sono anch’essi portatori di pregiudizi e contaminazioni» osserva, invitando gli studenti a «non delegare mai ad altri il dovere della vigilanza». E ancora: «Attenzione anche al linguaggio, perché non diventi accettabile quello che non è accettabile» dice, richiamando il rischio di un progressivo scivolamento che porta a sdoganare termini che una volta potevano sembrare indicibili e che ora sono normalizzati.


Memoria e storia, contro le semplificazioni
Mino Chamla, docente di storia e filosofia, riprende e approfondisce: «Senza la conoscenza, senza la storia, la memoria rischia di non essere niente», afferma, mettendo in guardia da una memoria puramente emotiva, priva di strumenti interpretativi. Chamla insiste sulla necessità di divulgare la specificità della Shoah – «È una nostra tragedia, una tragedia ebraica e non semplicemente una tragedia esemplare. Si è colpito l’ebreo in quanto tale» – e sprona gli studenti ad affrontare la complessità del presente: «Viviamo un’epoca in cui fake news e parole a sproposito diventano fatti, come il genocidio di cui si accusa Israele in questo momento. I nostri doveri di intelligenza critica, di conoscenza e di testimonianza davanti al mondo si sono fatti più pressanti» conclude Chamla.
Le storie dei testimoni della Shoah
La cerimonia prosegue con le letture degli studenti, che raccontano con le loro parole alcuni noti testimoni della Shoah: Primo Levi, Edith Bruck, Etty Hillesum, Elie Wiesel. Attraverso testi e riflessioni, i ragazzi ricostruiscono le storie individuali e colgono l’unicità di ogni voce. Fra le letture anche un brano del libro Yossl Rakover si rivolge a Dio di Zvi Kolitz: una lettera immaginaria scritta a Dio da un combattente del ghetto di Varsavia, che lo accusa per le sofferenze subite ma riafferma, fino alla fine, la propria fede.


Rosanna Bauer e il dolore del racconto
Il momento più intenso della commemorazione arriva con la testimonianza di Rosanna Bauer, figlia di Goti Bauer. Sopravvissuta ad Auschwitz, Goti Bauer per oltre trent’anni è stata una testimone instancabile, capace di portare la sua storia nelle scuole, nelle università, nelle istituzioni, ricevendo il Cavalierato di Gran Croce, il più alto riconoscimento della Repubblica. «Per me è molto difficile essere qui. Raccontare la storia di mia mamma è una responsabilità enorme, mi crea dolore e fatica», dice Bauer ai ragazzi con voce rotta, spiegando loro che essere figli di sopravvissuti è difficile, perché il “buco nero” dell’annientamento lo si porta dentro tutta la vita.
Dalla serenità alla persecuzione
Goti Bauer nasce nel 1924 in Ungheria e cresce in una famiglia ebraica colta e integrata. Trasferitasi a Fiume, allora italiana, vive un’infanzia serena, interrotta bruscamente nel 1938. «Con le leggi razziali cambia tutto. Mio nonno perde il lavoro, lei e suo fratello lasciano la scuola, le persone che conoscevano smettono di salutarli. Solo perché erano ebrei, per nessun altro motivo» sottolinea Bauer, ricostruendo la discesa verso la persecuzione. Poi la guerra, la fuga, i tentativi disperati di salvarsi: «Mia mamma fa un viaggio lungo e faticoso da Fiume alla Romagna per procurarsi documenti falsi, nel terrore dei bombardamenti e della cattura». Il tentativo della famiglia di passare in Svizzera si trasforma in una trappola: «Arrivano al confine, pensano di essere salvi, ma sono traditi dalle guide e vengono catturati, picchiati, interrogati, incarcerati».
La deportazione e il lager
Il racconto è drammatico. In Aula Magna il tempo si ferma. «Il 16 maggio 1944 mia mamma e la sua famiglia sono caricati su vagoni sigillati, cinquanta per persone per vagone. Destinazione ignota. Lei è angosciata dai pianti dei bambini, dalle mamme che non sanno come dar loro da mangiare. Dalle fessure del vagone vede le case, la gente che vive normalmente. Si chiederà sempre: sapevano cosa c’era dentro quei vagoni?». L’arrivo alla rampa di Birkenau nel maggio 1944 segna il punto di non ritorno. «Le docce, la rasatura dei capelli e dei peli del corpo e poi il tatuaggio. Mia mamma diventa il numero 5372, nessuno di loro ha più nome. Nude e rasate davanti alle SS perdono la dignità. Mengele in camice bianco con il dito puntato a destra o a sinistra decide chi può provare a sopravvivere e chi deve morire subito». L’ultimo sguardo fra Goti e sua madre e poi l’ingresso in una quotidianità fatta di fame, freddo, lavori forzati e violenza. Bauer racconta la vita nel lager senza risparmiare l’orrore: «Appelli interminabili nel gelo, ore e ore finché il conto dei vivi e dei morti non torna, una brodaglia nera come nutrimento, lavori inutili per sfinire le prigioniere, selezioni arbitrarie. Era tutto premeditato, tutto pensato per annullare completamente le persone». Nel novembre 1944 Goti viene trasferita in Germania per lavorare in una fabbrica di munizioni. Nell’inverno gelido, lavorare al chiuso di un capannone è un privilegio. Nell’aprile 1945 un nuovo trasferimento, a Theresienstadt, il “campo modello” che viene mostrato ai commissari della Croce Rossa, fino all’arrivo dei soldati russi, l’8 maggio 1945. «Alla liberazione non c’è grande gioia, c’è solo un futuro incerto nella solitudine dell’annientamento che ha eroso dignità e identità». Goti torna a Fiume e la vicina di casa non la riconosce, tanto è emaciata. Le prepara un letto con lenzuola profumate e un piumone morbido, ma lei dorme per terra. Non riesce più a stare in un letto.






La storia fortunata di una famiglia milanese
La seconda ospite della giornata porta invece una testimonianza di salvezza. «La mia è una storia fortunata, perché la mia famiglia si è salvata», dice Elena Colonna, classe 1938, abituata a parlare in scuole, centri culturali e università. «Gli ebrei italiani erano molto integrati, imbevuti di cultura classica, le famiglie spesso avevano partecipato al Risorgimento prima e alla prima guerra mondiale poi. L’Italia era la nostra patria» racconta ricordando lo stupore e la ferita delle leggi razziali. «La mia famiglia era numerosa, cinque fratelli – io ero la più piccola – e tre zie, sorelle di mio padre. Dopo le leggi razziali mio padre ha una piccola impresa e continua a lavorare, però le mie sorelle più grandi devono smettere di studiare e i miei fratelli vanno alla scuola ebraica di via Eupili, con professori straordinari cacciati dalle università». Poi la decisione di fuggire: «Mio padre non voleva andarsene, ma quando mia sorella sta per compiere 18 anni capisce che dobbiamo partire, perché a 18 anni gli ebrei sono reclutati per il lavoro coatto».
La fuga in Svizzera
Il racconto della fuga si muove lungo una rete di incontri e aiuti: un manovratore di tram che indirizza il padre a un’osteria dove ottiene un nome e un luogo; poi l’arrivo a Clivio, al confine con la Svizzera. Qui emergono i nomi che Colonna vuole ricordare: «Lì c’era una donna che si chiamava Nella Molinari, oggi riconosciuta tra i Giusti da Yad Vashem, che aiutava gli ebrei a passare il confine con l’aiuto di un maresciallo della Finanza, Luigi Cortile. Cortile viene poi catturato e muore a Mauthausen per la sua generosa umanità. Nella viene arrestata, ma rilasciata. Passiamo in Svizzera di notte, camminiamo nel bosco fino a un paesino e poi prendiamo una corriera per Lugano». I Colonna pensano ormai di poter vivere tranquilli, ma vengono trasferiti in un campo profughi. C’è scarsità di cibo, promiscuità, ma nessun maltrattamento e la possibilità di restare vivi, lentamente ricostruendo un proprio spazio.
Le persone che non si sono voltate dall’altra parte
Colonna insiste su un punto, tornandovi più volte: «Le persone che non sono rimaste indifferenti e grazie alle quali ci siamo salvate». E aggiunge: «Molte molte volte mi sono chiesta perché proprio noi ci siamo salvati. Eravamo brave persone, ma anche gli altri lo erano. Non credo ci sia una risposta». Nel suo racconto c’è anche il dopo, la memoria che prende forma nella scrittura: «Ho scritto un piccolo libro, Milena e i suoi fratelli. Milena sono io, ho cambiato il nome forse per prendere distanza». Il libro le permette di rielaborare e, al tempo stesso, di ritrovare legami: «Dopo la pubblicazione ho conosciuto il figlio di Nella Molinari, Alberto, e sono tornata a Clivio con figli e nipoti». E ancora una volta torna al punto per lei centrale: «Voglio ricordare chi non si è voltato dall’altra parte, chi ha capito cosa voleva dire essere perseguitati e ha deciso di aiutare». Una memoria che non cancella il dolore, ma illumina la responsabilità delle scelte individuali.
Le candele della memoria
Dopo i loro interventi Marco Camerini, Mino Chamla, Rosanna Bauer ed Elena Colonna accendono le candele della memoria, una per ogni milione di ebrei assassinati durante la Shoah. Rav Arbib accende la quinta candela e sale sul palco per leggere El maleh rachamim e recitare il Kaddish. Ad accendere l’ultima candela è Walker Meghnagi, presidente della Comunità. La cerimonia si chiude con tutti gli studenti sul palco, uniti nel canto di Vehi She’amda e dell’Hatikva. Grazie, ragazzi, per il vostro impegno a capire, raccontare, vigilare.