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Viaggio in Polonia, gli studenti raccontano la loro esperienza nei luoghi della memoria

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«Appena siamo entrati a Birkenau ci siamo zittiti subito». È in questo silenzio, più eloquente di qualsiasi lezione, che si misura il senso del viaggio delle quarte scientifico e tecnico in Polonia, nei luoghi della memoria. Tre giorni fra Cracovia, Auschwitz-Birkenau e Varsavia: il viaggio, che si è svolto dal 16 al 18 marzo, è uno dei percorsi educativi e identitari più significativi proposti dalla Scuola, sostenuto come ogni anno dalla Fondazione Scuola. I ragazzi lo hanno affrontato con serietà e consapevolezza, lasciando emergere riflessioni profonde e tutt’altro che scontate.

Cracovia, ciò che è stato e ciò che è rimasto

Accompagnati da Rav Simantov e Rav Sasson, dalla professoressa Bozzo e dal responsabile della sicurezza Ilan Cohen, le classi hanno iniziato il viaggio da Cracovia, che ha introdotto subito il tema della frattura tra ciò che è stato e ciò che è rimasto. Il ghetto, la Piazza degli Eroi, il quartiere ebraico con le sue sinagoghe e il cimitero antico raccontano una presenza che per secoli è stata viva e radicata. «Camminare nel ghetto è un’esperienza forte, che costringe a fare i conti con un’assenza», racconta David, dello scientifico. «Sappiamo che lì c’era una vita piena, comunità, famiglie, e oggi invece è un luogo storico lasciato a se stesso. Avevo visto il film Schindler’s List pochi giorni prima e mi tornavano in mente quelle immagini, ma essere lì è diverso: mi sono davvero reso conto di cosa è successo. Mi hanno colpito molto i numeri, perché danno una dimensione di concretezza. Pensare a tre milioni di ebrei in Polonia prima della guerra e a quanti ne sono rimasti oggi fa capire la portata della Shoah».

Vedere cambia la comprensione

Poi la visita ad Auschwitz-Birkenau, con la scelta di iniziare da Birkenau per mostrare subito ai ragazzi, ancora freschi, le baracche, le camere a gas, le fosse comuni. «Eravamo preparati, avevamo studiato e letto testimonianze anche molto dure», spiega David, «ma quando entri lì capisci che non basta. Vedere le baracche dal vivo, i letti di legno dove si dormiva sulla paglia, le aperture da cui entrava il freddo, ti fa capire davvero le condizioni terribili. Non è più qualcosa che immagini: lo vedi. E allora inizi a pensare davvero a cosa hanno vissuto le persone». Ginevra, anche lei dello scientifico, descrive lo stesso momento come uno spartiacque: «Fino a quel punto il viaggio aveva anche un aspetto più leggero, siamo ragazzi, è pur sempre un viaggio. Ma appena entrati a Birkenau è cambiato tutto. Ci siamo zittiti. Abbiamo camminato per ore senza parlare, perché quello che avevamo davanti era troppo forte. Avevamo studiato che gli ebrei venivano trattati come animali, ma era un concetto astratto. Lì ho capito cosa significa davvero essere privati di tutto, anche della propria umanità».

L’impatto degli oggetti

Ad Auschwitz I il museo rende visibile la dimensione individuale attraverso cataste di oggetti: scarpe, valigie, capelli, effetti personali. «La parte più impressionante per me sono stati i capelli», racconta David. «Non avevo mai pensato che potessero essere usati per fare tessuti. È qualcosa che resta dentro. Anche la sezione dei bambini, con le scarpe e tutto il resto, mi ha molto impressionato». Gli studenti avrebbero voluto come guida un sopravvissuto: «La guida locale è stata molto esaustiva», osserva David, «ma mancava la parte più personale, più emotiva. La storia da sola non riesce a trasmettere fino in fondo quello che è successo: sei tu, quando vedi, a doverci riflettere».

Il rispetto per il luogo

Durante la visita, i ragazzi hanno mantenuto un atteggiamento composto. Hanno fotografato tutto, ma niente foto in posa, dimostrando massimo rispetto per il luogo. Rav Sasson sottolinea questo aspetto: «Erano preparati e coinvolti. Hanno mostrato una grande serietà. Dopo Auschwitz abbiamo sentito il bisogno di fermarci insieme, di parlare e provare a elaborare quello che avevamo visto. Ci ha colpito la consapevolezza di quanto l’uomo possa arrivare lontano nella distruzione quando perde ogni riferimento morale».

Incontri che uniscono

Accanto ai luoghi, anche gli incontri. Ad Auschwitz le classi hanno incontrato una delegazione del Comune di Roma accompagnata da Rav Roberto Colombo, che ha condiviso con i ragazzi un bel momento di preghiera e canto. Dopo il campo, la sera a cena, hanno incontrato un gruppo di una scuola ebraica di Toronto, che ha restituito loro energia dopo la durezza della giornata. «È stato un momento importante», racconta David. «Dopo quello che avevamo visto eravamo provati, ma trovarci a cantare insieme a ragazzi dall’altra parte del mondo ci ha fatto sentire uniti. L’identità ebraica è qualcosa che va oltre i luoghi di provenienza, e in quel momento l’abbiamo percepito chiaramente». «Anche nel breve incontro con le studentesse della scuola ebraica di Roma si è creato subito un legame», aggiunge Ginevra. «In quel contesto ti senti parte di qualcosa di più grande, anche con persone che non conosci. È un senso di appartenenza che emerge proprio lì, nei luoghi dove quella stessa appartenenza è stata colpita».

Le domande che restano

A Varsavia, il museo Polin che racconta i mille anni di storia degli ebrei di Polonia e i resti del ghetto hanno riportato lo sguardo sulla storia più ampia. «Il museo è costruito in modo interattivo, c’era anche la ricostruzione di una strada del ghetto», osserva Ginevra. «Lì ho provato a immaginare cosa significasse vivere nel ghetto, come se il mio quartiere fosse circondato da mura e non potessi uscire. Mi sono chiesta se avrei avuto la forza di reagire, di ribellarmi. È una domanda che resta». David avrebbe voluto più tempo: «Abbiamo visto molto, ma tutto velocemente. Un’esperienza così avrebbe bisogno di più spazio, anche solo per fermarsi a riflettere. Invece è tutto concentrato e quando torni sei subito dentro alla routine».

Memoria come esperienza viva

Dalle loro parole emerge una riflessione condivisa sul significato della memoria oggi. «Non è un viaggio solo per chi è ebreo», afferma David. «È qualcosa che riguarda tutti. Però per noi ha anche un valore particolare, perché ci aiuta a capire il presente. L’antisemitismo non è qualcosa che appartiene solo al passato, cambia forma ma esiste ancora. Vedere questi luoghi ci fa capire meglio da dove vengono certe dinamiche». Ginevra parla della differenza tra conoscere e ricordare: «La memoria non è solo leggere un libro, ma è vedere, vivere un luogo, immaginare com’era. Senza questo non si può capire davvero. Perciò è importante che la scuola continui a proporre questo viaggio».

Un percorso che continua

Al rientro, gli studenti hanno partecipato a un momento di restituzione collettiva, primo passo di un’elaborazione che proseguirà nella preparazione di Yom HaShoah. «Ci siamo interrogati su cosa significa oggi mantenere viva una vita ebraica», conclude Rav Sasson. «In un luogo dove un tempo c’erano milioni di ebrei e oggi ne restano pochissimi, la domanda diventa cosa possiamo fare noi, nel nostro contesto, per rafforzare le nostre radici e i nostri valori». Il viaggio continua nelle domande che lascia aperte.

Claralinda Miano

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Alberto Jona Falco

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