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Mini Olimpiadi, alla primaria l’attività fisica si intreccia con italiano, matematica ed ebraico

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«L’idea è di integrare l’educazione motoria ad altre materie curriculari affinché non sia vissuta dai bambini come disciplina isolata dalle altre». La morà Zoe, che insegna proprio educazione motoria, spiega così l’intento delle Mini Olimpiadi, il progetto dal lei ideato e organizzato che ha coinvolto le classi prime, seconde e terze della primaria in un’attività capace di intrecciare ginnastica, matematica, italiano ed ebraico. Se le Olimpiadi sono internazionali, le Mini Olimpiadi sono interdisciplinari. In palestra il movimento diventa strumento per consolidare contenuti, sperimentare la collaborazione, allenare attenzione e ascolto. «Non è però una competizione in senso stretto e alla fine vincono tutti» precisa l’insegnante.

Le terze: motricità fine e poesia in volo

Per le classi terze il percorso ha intrecciato abilità manuali e produzione linguistica. «Abbiamo unito la motricità fine alla scrittura», racconta la morà. «I bambini, in coppia, hanno realizzato piccoli aquiloni con la lana: un lavoro che richiede precisione, capacità di seguire indicazioni, coordinazione. Poi abbiamo collegato tutto all’italiano». Ogni coppia ha composto una filastrocca dedicata all’aquilone e al volo, letta ad alta voce davanti ai compagni. «Mi interessava che il gesto e la parola dialogassero. Costruire con le mani e poi dare forma, attraverso il linguaggio, a ciò che si è creato. È un modo per far capire che le discipline non sono compartimenti stagni».

Le seconde: la matematica si muove

Per le seconde la palestra si è trasformata in un laboratorio matematico “fatto col corpo” attraverso tre giochi. Il primo rielaborava il tradizionale ruba fazzoletto: «Ho mantenuto la dinamica del gioco, ma l’ho legata alle addizioni. I bambini erano divisi in due file. Io dicevo un’operazione, per esempio 12 più 3. Il primo di ciascuna fila correva verso il centro: chi prendeva il fazzoletto dicendo correttamente il risultato, 15, conquistava il punto». La competizione rimaneva sullo sfondo. «Non fanno mai troppo caso al punteggio. Per me è importante che si aiutino, che si suggeriscano le risposte. L’elemento collaborativo è essenziale».
Il secondo gioco era la rappresentazione vivente di un abaco. Tre cerchi a terra — rosso per le unità, verde per le decine, blu per le centinaia — e due squadre. «Dicevo un numero, per esempio 345, e loro dovevano disporsi nei cerchi come fossero le palline dell’abaco: tre nelle centinaia, quattro nelle decine, cinque nelle unità».
Il terzo esercizio introduceva il concetto di doppio. «Davanti a ogni squadra c’erano due cerchi con i risultati. Quando pronunciavo un numero, per esempio 6, dovevano correre a prendere il foglietto con il suo doppio, 12, e tornare indietro. Anche qui si incoraggiavano e ragionavano insieme». Corsa, rapidità di calcolo e spirito di gruppo si sono fuse in un’unica esperienza.

Le prime: l’ebraico attraverso il gioco

Per i più piccoli l’integrazione è stata con la lingua ebraica. «Con il proprio corpo i bambini hanno composto la scritta “olimpiadi” in ebraico. Avevo preparato schede con i disegni delle lettere composte dai corpi: due bambini insieme formavano l’alef, uno la vav e così via. A ciascuno assegnavo una lettera, e posizionandosi nel modo giusto loro costruivano la parola».
Un secondo momento ha rielaborato il gioco del Twister. «Ho ricreato il tappeto con le lettere ebraiche: a gruppi di tre, con piedi e mani che si incrociavano, hanno lavorato su equilibrio e destrezza fisica».
Infine, “strega comanda colore” è diventato un esercizio lessicale. «La palestra era piena di cerchi colorati. Io dicevo il colore in ebraico e loro dovevano raggiungere quello giusto». Per preparare il progetto la morà Zoe ha lavorato in collaborazione con le colleghe: «La morà di ebraico mi ha dato una grossa mano con la lingua, per l’italiano ho chiesto alla collega consigli su come aiutare i bambini a strutturare una filastrocca e per matematica mi sono confrontata con l’insegnante sul punto del programma in cui si trovavano. È stato un lavoro condiviso».

Una medaglia per tutti

«I bambini sono stati bravissimi», conclude Zoe. «Quello che mi interessa è che sperimentino il piacere di imparare muovendosi, di collaborare, di mettersi in gioco». Alla fine nessuna classifica, ma un magnete consegnato a ciascuno come medaglia simbolica e ricordo dell’esperienza.

Claralinda Miano

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Alberto Jona Falco

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