
«Una tragedia può lasciarci soltanto una ferita. Oppure può diventare un’occasione per imparare a riconoscere il pericolo nei luoghi in cui viviamo ogni giorno». Così il professor Fabio Sbattella, psicologo e docente all’Università Cattolica nonché coordinatore di un’unità di ricerca dedicata alla psicologia dell’emergenza e all’intervento umanitario, ha sintetizzato il senso del progetto Accendere e spegnere il fuoco: psicologia della protezione e del coraggio che partirà a febbraio per tutti gli studenti del tecnico e dello scientifico.
Accrescere le competenze situazionali
Il progetto è nato dal confronto dell’assessore alle scuole Dalia Gubbay e del preside Marco Camerini con Sbattella e il suo team all’indomani della tragedia di Crans Montana. L’obiettivo è accrescere le competenze psicologiche e situazionali degli studenti affinché siano in grado di cogliere gli indicatori di rischio e mettere in campo comportamenti efficaci di fronte alle minacce. In primis, quella del fuoco.
Una tragedia di grande risonanza
Il rogo di Crans ha turbato il mondo: «Non è purtroppo l’unica tragedia, ma ha avuto una risonanza enorme: era il primo dell’anno, c’erano tanti ragazzi, le immagini sono state diffuse ovunque. L’immaginario collettivo ne è stato profondamente colpito» ha osservato Sbattella aprendo la presentazione del progetto il 4 febbraio in Aula Magna. Anche nella comunità ebraica milanese quel dramma ha risuonato con forza, richiamando alla memoria un altro momento in cui la festa è divenuta tragedia. Ed è stato proprio all’indomani del 7 ottobre che la Scuola ha cominciato a collaborare con Sbattella per un progetto di supporto psicologico agli studenti e alla comunità educante.
Prevenire perché non accada più
Il team del professore, che è uno dei massimi specialisti di emergenze legate al fuoco, interviene a seguito di emergenze acute naturali o artificiali, dai terremoti agli tsunami fino agli incendi. «Il nostro lavoro è sostenere le vittime e le famiglie nei momenti critici, accompagnare le comunità nei mesi e negli anni successivi», spiega. «Ma il 65% di ciò che facciamo riguarda la prevenzione. Ogni volta ci chiediamo: come fare in modo che una grande tragedia non accada più?».
Perché di fronte al fuoco non sono scappati subito?
Una delle convinzioni più radicate è che, di fronte al pericolo, l’essere umano reagisca con la fuga. «Non è così», afferma Sbattella. «La percezione del rischio e degli sviluppi degli eventi pericolosi è una funzione complessa e non così razionale come ci si potrebbe attendere». Per chiarirlo, il professore racconta un episodio che utilizza nelle sue lezioni. «Mostro un filmato del 1985: uno stadio in fiamme, 56 morti. Non c’erano i telefonini. Eppure i ragazzi invece di scappare si mettevano davanti alla telecamera per salutare. Perché davanti al fuoco l’uomo balla. Se non capiamo questo, non capiamo la psicologia del fuoco». Non è superficialità. È un meccanismo umano profondo. «In emergenza c’è chi si agita, ma anche chi si blocca. Il nostro compito è animare, incoraggiare. A volte bisogna dire: alzati, fai un passo avanti».
Le voci interiori che riemergono
Nel racconto dei sopravvissuti a Crans emerge un elemento decisivo: l’insegnamento ricevuto. «Un ragazzo si è salvato perché, alle prime fiammelle, ha sentito la voce del padre che gli diceva: scappa. E si è fidato. In emergenza la mente va velocissima e saltano fuori le voci che abbiamo interiorizzato». Altre volte, invece, emerge una voce paralizzante: “Non ce la farai”. «Il trauma nasce anche da lì», osserva Sbattella. «Per questo dobbiamo costruire voci competenti. È questione di allenamento. Non garantisce la salvezza al cento per cento, ma molte vite si sono salvate grazie a questo». Allenamento significa esercizio concreto. Non solo teoria. «Tutti vedono l’estintore. Ma chi lo ha mai usato davvero? Le comunità sono in pericolo quando sanno che esistono le attrezzature ma non sanno utilizzarle».
Il comportamento reale in emergenza
Lo stesso accade davanti a strumenti perfettamente progettati. «Abbiamo fatto esperimenti con studenti universitari di psicologia, quarto anno. Davanti a una mappa di evacuazione fatta a norma dei vigili del fuoco, si disorientano. Devono capire dove sono la destra e la sinistra, con la folla che spinge. E cosa fanno? Seguono gli altri dalla parte sbagliata». Il comportamento reale in emergenza non coincide con quello descritto nei manuali. «Le mappe sono fatte per i tecnici, non per chi scappa. Se non studiamo questi meccanismi, continuiamo a sorprenderci di reazioni che in realtà sono prevedibili».
I rischi di tutti i giorni
Per la comunità ebraica il tema della sicurezza è particolarmente sensibile. «C’è una grande esperienza di security, di difesa dalle aggressioni esterne», riconosce Sbattella. «Ma poi l’incidente arriva dall’acqua, dal fuoco, dall’aria». In Lombardia, ricorda, muoiono più persone per incidenti domestici che per aggressioni armate. Gli esempi sono quotidiani. «Metti l’olio sul fuoco, schizza un po’ d’acqua, la padella prende fuoco. Cosa fa la gente? Prende l’acqua minerale e la butta sopra. E prende fuoco la cucina». Agli adolescenti che accendono il barbecue con l’alcol Sbattella ricorda un dettaglio tecnico: «Quando rilasci, la bottiglia risucchia. La fiammata corre lungo il liquido e può esploderti in mano». Non è allarmismo, ma competenza situazionale: sapere dove sono i rischi, riconoscere i segnali, attrezzarsi di conseguenza. Anche con strumenti semplici, come una coperta ignifuga appesa accanto ai fornelli. «La tiri dalle linguette nere, la appoggi sopra e il fuoco si spegne. Se qualcuno prende fuoco, lo metti a terra e lo avvolgi. I danni si riducono enormemente. Ma devi averla, e devi sapere usarla».
Amore per la vita, non cultura dell’ansia
Il punto non è generare ansia. «Se diciamo ai ragazzi che tutto è pericoloso, otteniamo l’effetto contrario. Qualcuno farà qualcosa per sfida. Noi partiamo dall’amore per la vita. Parliamo di queste cose perché la vita è bellissima e vale la pena proteggerla. È questa la consapevolezza e la motivazione che dobbiamo infondere negli studenti». Il percorso si svilupperà quindi su due fronti integrati: da una parte, il lavoro psicologico mirato. Dall’altra, le pratiche di sicurezza, cioè esercitazioni di evacuazione, conoscenza delle attrezzature, nozioni di primo soccorso, definizione dei ruoli in caso di emergenza nelle singole classi. Infine, esercizi che evidenzieranno il ruolo della competenza situazionale e del ragionamento rapido per l’azione d’emergenza.
Come si svolgerà il progetto
Il progetto si aprirà con un incontro riservato a tutti gli insegnanti del collegio docenti durante il quale gli specialisti raccoglieranno osservazioni ed esperienze per integrare l’iniziativa nell’azione formativa della Scuola e delle singole materie di insegnamento. Poi ognuna delle classi della secondaria di secondo grado parteciperà a un incontro della durata di due ore con Sbattella e il suo team. «La mente nelle mani» conclude il professore. «Azione intelligente, rapida e collettiva. Non per illudersi di eliminare ogni rischio, ma per affrontarlo con maggiore competenza».