
Un gomitolo di lana, due seggioline blu e uno spazio dedicato in classe: sono gli strumenti con cui i bambini dell’infanzia imparano a risolvere i conflitti. Dietro questa pratica c’è un percorso di formazione, concluso nel mese di settembre, che ha coinvolto le morot in cinque corsi di aggiornamento professionale, alcuni condivisi con le colleghe della primaria. I temi affrontati sono stati molteplici: dalla gestione delle emozioni all’identità ebraica, l’obiettivo è stato acquisire nuove competenze da tradurre nella quotidianità scolastica e condividere con tutto il gruppo di lavoro.
Litigare “bene”: il metodo maieutico
Il corso sulla gestione del conflitto, concluso a settembre, è stato condotto da Lorella Boccalini del Centro psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti (CPP), fondato da Daniele Novara. Al centro, il metodo maieutico basato sulle neuroscienze per aiutare i bambini a riconoscere le emozioni, esprimere il proprio vissuto e ascoltare quello degli altri. «Adesso in ogni classe c’è un angolo dedicato dove i bambini possono andare quando nasce un conflitto» spiega la morà Nurit Richetti. «Ci sono regole semplici: non ci si insulta, non ci si picchia e si parla a turno, utilizzando un oggetto simbolico, come un gomitolo. Chi lo tiene può esprimersi, poi lo passa all’altro, che racconta la propria versione. Invece di rivolgersi alla morà per dire “lui mi ha fatto questo”, i bambini imparano a spiegarsi direttamente». Il metodo punta a sviluppare autonomia nella gestione dei disaccordi, senza affidare sempre all’adulto il compito di trovare una soluzione. «È capitato che due bambini discutessero in giardino e ci dicessero che non avevano il gomitolo per potersi parlare. Questo fa capire quanto lo strumento sia diventato significativo. Non sempre arrivano a una soluzione che noi adulti considereremmo equa, ma non è questo il punto: l’importante è che riescano a confrontarsi e a trovare un accordo. Imparare fin da piccoli a esprimere quello che si pensa, invece di scappare dal conflitto o chiudersi, è una competenza che si costruisce attraverso l’esperienza».
Gli spazi che favoriscono l’apprendimento
Un secondo percorso, tenuto dalla morà Claudia Reschini, referente pedagogica dell’infanzia, ha approfondito il ruolo dell’ambiente scolastico. La disposizione dei materiali e la suddivisione della classe in aree tematiche non rispondono soltanto a esigenze organizzative: possono favorire l’autonomia e l’acquisizione di competenze. Ogni angolo della classe ha una funzione e una motivazione. Se un gioco è messo insieme a centinaia di altri, senza uno spazio riconoscibile, diventa più difficile utilizzarlo in autonomia. Se invece ha una collocazione precisa, il bambino può prenderlo, giocare, richiuderlo e rimetterlo a posto. Anche questi gesti sono apprendimento, perché aiutano a sviluppare capacità organizzative e autonomia.
Autismo e mutismo selettivo: strumenti per includere
Due corsi hanno affrontato difficoltà che possono emergere nella vita scolastica. Il primo, condiviso con le insegnanti della primaria e dedicato all’autismo e al metodo ABA, è stato condotto da Ariela Sheppes, analista del comportamento presso il centro milanese Mondoabaut e specialista di questo approccio scientifico ed educativo. L’incontro ha coinvolto le morot e le collaboratrici scolastiche, approfondendo strategie per intervenire sul comportamento e sostenere l’apprendimento, attraverso strumenti da adattare alle diverse esigenze dei bambini.
Il secondo, dedicato al mutismo selettivo, è stato tenuto dalla morà Lia Cabibbe dopo una formazione specifica. Si tratta di una difficoltà emotiva che porta alcuni bambini a non parlare in determinate situazioni o con specifiche persone, pur riuscendo a farlo in altri contesti. Il corso ha fornito alle insegnanti strumenti per capire che il mutismo selettivo non è una decisione del bambino e che dietro al silenzio c’è una difficoltà emotiva importante. Ci sono diverse modalità per aiutarlo, ma è fondamentale che il lavoro della scuola proceda insieme a quello della famiglia, con un rapporto stretto e un confronto continuo.
Identità ebraica, dalla teoria alla pratica
Infine la formazione sull’identità ebraica, con un corso tenuto dalla morà Moria Maknouz che ha approfondito l’identità ebraica attraversoi i tre elementi che rappresentano le diverse dimensioni dell’ebraismo: popolo, libro e terra. «Ogni bambino e ogni famiglia arrivano a Scuola con il proprio modo di vivere l’ebraismo, e noi dobbiamo essere in grado di accogliere queste differenze. Durante il corso però non ci siamo fermate alla teoria. Le insegnanti proponevano idee e attività da realizzare nel contesto scolastico, traducendo i concetti in esperienze adatte ai bambini». L’idea alla base della formazione è non solo acquisire nuove competenze professionali, ma anche costruire un patrimonio comune sulle diverse tematiche per avere basi condivise nell’affrontarle. «È importante che tutte conoscano gli strumenti che utilizziamo e possano confrontarsi sulle proposte, pur mantenendo la libertà di adattare le attività alle esigenze dei bambini» conclude Richetti.